Giornate X: L’autobus

Faceva caldo, un caldo torrido e opprimente, con una percentuale di umidità tendente al 80% se non addirittura di più.
Non poteva dirlo con esattezza ma di certo l’afa lo stava annientando.
Figurarsi!
Le persone boccheggiavano e cercavano refrigerio riparandosi all’ombra degli alberi o degli edifici. Chi poteva si dissetava con una salvifica bevanda ghiacciata o al limite ricorrendo ai benevoli effetti del gelato.
Tutti soffrivano per il caldo.
Ma lui più di tutti, a causa della sua folta pelliccia blu scuro.
Voleva solo arrivare a casa e farsi una doccia e cercare un po’ di rilassarsi senza pensare al caldo…
Ma la vita aveva altri progetti per lui.
Il treno su cui viaggiava aveva avuto un ritardo di qualche ora e di conseguenza nessuno dei suoi amici e compagni lo stava aspettando in stazione. O almeno, questo era quanto aveva avuto modo di constatare…
Aveva provato ad avvisare del suo arrivo ma nessuno, alla scuola, aveva risposto al telefono.
E nemmeno coi cellulari aveva avuto fortuna visto che il suo aveva deciso di spegnersi definitivamente non appena messo piede in stazione.
Aveva invano sperato in un qualche miracolo, come ad esempio un contatto telepatico oppure un jet che scendeva a prenderlo atterrando in un luogo relativamente vicino e poco in vista…
E invece niente…
Suo malgrado si era quindi diretto verso la fermata dell’autobus.
Aveva caldo e sudava in modo esagerato.
Puzzava e di certo non aveva un bell’aspetto.
Non migliore del solito, gli avrebbe risposto qualcuno dei suoi compagni, magari proprio Bobby…
Chissà dov’era in quell’istante il suo amico ghiacciolo mentre lui era lì, sotto il sole cocente, a patire la calura.
Si era sbottonato la camicia e tolto la giacca e con un giornale cercava di ventilarsi in attesa di un autobus leggermente in ritardo rispetto a quanto riportato sulla tabella degli orari.
Non era proprio la sua giornata.
Che poi, visto che non possedeva il biglietto, se avesse anche solo tentato di fare il furbo come tutti gli altri di certo, con la fortuna che quel giorno pareva proprio non avere, si sarebbe imbattuto in un controllore.
Di tanto in tanto passava qualche auto a dissipare i miraggi che sull’asfalto arroventato gli occhi delle persone credono di vedere ma nessuno di essi assomigliava ad un autobus.
Prese quindi a camminare avanti e indietro, impaziente e nervoso. Posti in ombra sembravano proprio non essercene e di chiamate telepatiche nemmeno l’ombra.
Chissà dov’erano tutti gli altri? Magari in missione…no, in quel caso l’avrebbero di certo avvisato…
Di conseguenza era oltremodo probabile che se ne stessero in ozio oppure a bighellonare in giro senza nulla da fare. Qualcuno, magari, chiedendosi dov’era finito lui…
All’improvviso, finalmente apparve all’orizzonte il veicolo tanto atteso. E a mano a mano che questo avanzava, Henry ebbe la conferma dei suoi sospetti. Nel periodo estivo, purtroppo, proprio quando le condizioni climatiche sono sfavorevoli anche il servizio di trasporto umano peggiora e gli autobus divengono impietosi contenitori di esseri sudati e stressati, tutti pigiati l’uno sull’altro.
E come da copione anche l’autobus che si fermò era pieno di persone.
Sospirò e si fece coraggio.
L’autista, nell’osservarlo, apparve molto più che sorpreso e perplesso.
Come tutti gli altri passanti che l’avevano scorto mentre attendeva alla fermata: dopotutto, era una sorta di rarità con quel suo fisico possente e il lucido pelo blu!
A fatica si inserì tra la massa umana dei passeggeri e si fece largo causando lo spostamento di alcuni di loro.
Forse per via del suo aspetto. Forse per la puzza bestiale che emanava…
Era tutto drammaticamente umiliante per uno scienziato come lui, si ritrovò a pensare proprio mentre l’autobus ingranò la marcia e partì chiedendo le porte per la salita e la discesa.
Tutti i presenti ondeggiarono.
Lui compreso.
A causa della propria massa finì quindi addosso ad un signore di mezza età che gli dava le spalle e che non si era accorto del suo ingresso probabilmente perduto nella contemplazione del vuoto che dal finestrino si poteva scorgere.
Ma non appena Henry lo urtò, questi si riscosse e si girò verso di lui arrabbiato.
“Giovanotto, non spingere! Non vedi che qua siamo stretti come…”
Le parole gli morirono in bocca mentre, giratosi completamente, osservava con stupore l’imponente scienziato dalla pelliccia blu che poco prima l’aveva spinto accidentalmente. E quest’ultimo, ironicamente e con voce pacata, finì per lui la frase rimasta a metà:
“…come bestie?”

bestia

Henry McCoy – Bestia

Note:  Il racconto in questione fa parte di una raccolta di episodi che ho deciso di scrivere provando a calare alcuni ben noti personaggi del fumetto e (purtroppo oserei dire visto i film che hanno realizzato su di loro) del cinema. Si tratta di un testo demenziale e al contempo un omaggio a dei personaggi che per molti anni ho seguito appassionatamente sulle pagine dei fumetti Marvel. Quelli che ho scelto non sono esattamente i miei preferiti ma semplicemente quelli che più si prestavano a quello che avevo in mente di fare. Chissà, magari un giorno aggiungerò altri episodi, magari su Gambit e Onslaught…staremo a vedere. Nel frattempo, vi auguro buona lettura e spero che le situazioni che ho ricreato almeno un po’ possano farvi sorridere!

Data di creazione : 13 giugno 2006

Ultima modifica : 21 ottobre 2013

Racconto pubblicato sulle pagine dei seguenti portali web :

  • www.racconti.it

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