Solo un gesto di sano terrorismo

Introduzione

Il racconto che segue nasce dallo stress e dall’insofferenza per alcune situazioni umane che con un po’ di buonsenso e coerenza si potrebbero sistemare. Infettato dal morbo del terrorismo, il mio protagonista strizza l’occhio al Michael Douglas de “Un giorno di ordinaria follia” e crea una situazione critica in un paese del Veneto che sto imparando ad odiare a causa della viabilità insulsa in cui spesso mi trovo ad imbattermi. Ad essere sinceri però, nella mia zona non so quale sia il paese messo meglio in termini di traffico e viabilità. Vabbè…ad ogni modo, tutti i fatti e i nomi che compaiono nel testo sono frutto della mia fantasia e non hanno riscontro con alcun evento o persona realmente esistente. Anche i pareri ed i pensieri che ho messo in bocca al protagonista sono considerazioni opinabili e non necessariamente condivisibili che spero non troverete esageratamente pesanti. Semplicemente sono un omaggio alla situazione italiana che ci troviamo a vivere in questi tempi e allo sforzo di personaggi quali Beppe Grillo e Daniele Luttazzi sempre più censurati. Infine, una chicca: ho previsto ben tre diversi finali. A voi la scelta! Buona lettura!

Solo un gesto di sano terrorismo

Era un giorno come tanti, né migliore né peggiore dei precedenti o di quelli ancora a venire.
Il cielo limpido preannunciava una bella giornata come era giusto che fosse a metà primavera.
Bruno si alzò dal letto, si fece la barba con il rasoio elettrico e poi una colazione veloce.
Un uomo comune, come tanti altri, né giovane né vecchio, che la vita aveva destinato ad un ruolo di lavoratore dipendente.
Pendolare, per giunta.
Come di consueto terminò di preparasi di fronte allo specchio, sistemandosi e controllando che tutto fosse a posto, dalla pettinatura all’abbinamento dei colori degli abiti che indossava.
Poi, dopo aver terminato di annodarsi la cravatta, la decisione e uno sguardo di intesa con la sua immagine riflessa.
Sì, era deciso: sarebbe stato oggi.
Per cui indossò la cintura che si era fabbricato quel suo strano desiderio che oggi, finalmente, avrebbe visto esaudito.
Nel tragitto fino alla porta di casa raccattò la sua borsa nera, quotidiana compagna nella sua vita lavorativa, e una sacca lacera di colore blu indispensabile per la realizzazione di quel suo piccolo sogno.
Pesava.
Salì nell’auto parcheggiata proprio di fronte a casa e la mise in moto.
Mentre attendeva che si scaldasse un poco (dopotutto anche l’automobile aveva visto numerose primavere e non era proprio il caso di immolarla muovendola a freddo), l’uomo accese l’autoradio e si sintonizzò sulla sua stazione preferita.
A quell’ora del mattino trasmettevano un programma interessante e che Bruno apprezzava molto.
L’auto si avviò mentre, dall’autoradio, la voce del conduttore guidava gli ascoltatori in una serie di riflessioni più o meno personali su alcuni dei fatti, più o meno rilevanti e discussi, relativi alla settimana in corso. Poi avrebbe ceduto alla musica e al termine della canzone trasmessa avrebbe ripreso con le sue riflessioni lasciando spazio a qualche intervento telefonico da parte dei radioascoltatori fino al ripetersi della routine che vedeva la musica e i suoi pensieri alternarsi per circa un’ora.
Bruno guidava con calma verso il paese vicino, percorrendo la strada che ogni giorno copriva per raggiungere la fermata dell’autobus che l’avrebbe portato nella città in cui aveva sede l’azienda per cui lavorava.
E come di consueto, la strada era intasata: le auto procedevano a passo d’uomo.
Mentre Africa dei Toto si diffondeva dagli altoparlanti della sua auto, osservando la borsa blu scura adagiata sul sedile del passeggero, Bruno si trovò a sorridere: se fosse stato un giorno normale, imbottigliato nel traffico com’era e con l’ansia di dover raggiungere la fermata prima dell’autobus, non sarebbe stato così tranquillo e composto come invece era.
Ma quel giorno non era come tutti gli altri.
Una rapida occhiata ai suoi colleghi di traffico confermò invece che per tutti gli altri si trattava di una giornata ordinaria, un giorno di stress e isteria al volante solo per poter percorrere quei pochi necessari chilometri fino all’amato/odiato posto di lavoro.
Con lentezza esasperante il fiume di veicoli si mosse e lentamente le auto presero ad avanzare finché, nuovamente, il semaforo decise di interromperne la marcia. Delle bici, di tanto in tanto, beffardamente superavano le decine e decine di veicoli accodati in attesa di liberare la potenza dei loro motori. O almeno quel tanto che potevano fino al successivo imbottigliamento.
Difatti, come non bastasse, il passaggio a livello collocato immediatamente dopo il semaforo e prima di altri due incroci, contribuiva ad aggiungere fattori di rischio al viaggio dei comuni mortali verso il proprio posto di lavoro. Non che smaniassero, per carità, semplicemente auspicavano di arrivare in tempo cosa non facile considerando la struttura della strada e i riflessi mattutini sommati alla scarsa propensione alla guida di alcuni individui.
Nel frattempo, nell’autoradio di Bruno, la voce del conduttore si era alternata alla musica già un paio di volte quando l’apparecchio venne spento.
Negli ultimi quindici minuti l’auto aveva percorso poco più di un paio di chilometri fino a raggiungere il passaggio a livello collocandosi proprio sopra i binari.
E da lì non si mosse più se non per collocarsi di traverso ostacolando il passaggio delle auto in entrambi i sensi.
Il primo veicolo che sopraggiunse dal lato opposto per di più era un camion vuoto, uno dei tanti che sovraffollavano quella strada, per cui subito le auto dietro di esso si bloccarono. E senza sapere la causa di una tale sosta, ovviamente ma accettandola come un dato di fatto.
Dal mastodontico veicolo e dalle auto in coda dietro la sua, Bruno sentì piovere una serie infinita di minacce, suoni gutturali, imprecazioni e violente strombazzate.
Ma a lui non importava.
Infilò la destra all’interno del borsone.
Poi aprì la portiera con la sinistra.
Scese dall’auto appoggiando il piede sinistro e sollevando sopra la testa un piccolo telecomando.
Alcuni automobilisti, colti dal dubbio che l’autista di quell’auto impazzita fosse stato colto da un malore, anziché imprecare e accanirsi sul clacson come tutti gli altri, si stavano già dirigendo verso di lui.
L’uomo andava soccorso e l’auto spostata al più presto. Ma non necessariamente in quest’ordine anche perché, con tutto quell’intasamento, un’autoambulanza avrebbe dovuto essere in grado di volare per raggiungere il poveretto.
Fortunatamente per Bruno, non era proprio il suo caso: lui stava benissimo. Anzi, mentre scendeva dall’auto facendo bella mostra dell’oggetto che stringeva nella mano, si trovò a constatare che addirittura si sentiva quasi meglio rispetto ad altri giorni della sua vita.
Nel frattempo, alla vista del telecomando, i (probabili?) soccorritori si bloccarono perplessi.
L’oggetto che l’uomo sceso dalla vettura stava loro mostrando era un piccolo telecomando di colore nero, con una piccola antenna rigida.
Poi, con la mano sinistra, Bruno spostò un lembo della propria giacca grigia in modo che tutti vedessero quello che stava indossando.
Ma, evidentemente, non tutti vedevano in quanto solo gli uomini appiedati che gli stavano andando incontro e l’automobilista della prima vettura ferma dietro la sua se la diedero a gambe.
Decise quindi di salire sul tettuccio della sua auto affinché la situazione apparisse più comprensibile a tutti, sia vicini che lontani.
Con un po’ di fatica, cercando di fare attenzione, riuscì nell’impresa e fece vedere a tutti ciò che teneva agganciata alla vita.
La sua cintura.
La maggior parte delle persone che si trovavano nei paraggi non ebbe difficoltà ad identificare l’oggetto e a capire a cosa servisse: dopotutto, in televisione, le cinture dei kamikaze erano ben pubblicizzate da tutti i servizi sul terrorismo e sulle guerre in Medio Oriente.
Ma lui non era né un terrorista né un kamikaze.
Come avessero poi fatto i giornalisti a far coincidere i due concetti non lo capirò mai, si trovò a pensare Bruno, mentre dubbio, panico, imprecazioni e minacce si diffondevano tra i presenti.
Il traffico, ovviamente, né risentì enormemente tanto che nessuno dei veicoli presenti riusciva più a muoversi.
Ben presto anche la vicina stazione venne avvisata della situazione cosicché da non far avanzare treni per non creare situazioni di pericolo.
Ovviamente Bruno se l’era immaginato che sarebbe accaduto qualcosa del genere e sorrise.
Qualcuno, nel frattempo, aveva avvisato carabinieri e giornalisti.
Qualcun altro invece, aveva tentato di farlo ragionare, cercando di dissuaderlo dal farsi esplodere, chiedendogli spiegazioni, cercando di risultare affabile e cordiale in modo da negoziare con il terrorista.
Ma Bruno non si considerava affatto tale.
E forse anche altre persone l’avevano capito in quanto, resistendo alla paura di una possibile esplosione, sopraffatti dalla curiosità o dall’affetto morboso per la propria auto immobile nel traffico avevano deciso di rimanere ad osservare l’evolversi degli eventi.
Pochi minuti dopo degli uomini di Trenitalia erano sul posto per verificare la situazione: si era parlato di un auto sui binari, di terrorismo, bombe e possibili morti ammazzati…
E successivamente arrivarono i carabinieri, alcuni a piedi costretti a lasciare le proprie vetture a centinaia di metri di distanza fino a dove era stato loro possibile procedere. Altri arrivarono in moto e infine giunsero un paio di elicotteri.
Uno era anche della televisione.
Bel modo di agire, rapido ed efficiente, col rischio di creare il panico nel sedicente terrorista, pensò Bruno.
Ma io, sono davvero un terrorista?
Si chiese dubbioso mentre i carabinieri si organizzavano per allontanare la gente e per instaurare un dialogo con il sedicente kamikaze.
Probabilmente, pensavano, si trattava solo di un esaltato, di un folle che voleva imitare i terroristi islamici.
Un paio di carabinieri, cautamente, gli si avvicinarono tenendo le mani bene in vista.
Bruno, dalla sua postazione sopraelevata, con addosso venti chili di esplosivo, tese verso di loro il telecomando.
“State indietro o faccio saltare tutto quanto” affermò con fermezza, senza esitazione e con una lucidità disarmante.
“Calma calma”, disse uno dei due “faremo tutto quello che vuoi. Però tu stai calmo e non fare nulla di cui potresti pentirti”.
Un sorriso da parte del terrorista.
“Ragiona: se io mi faccio saltare, qui, davanti ai vostri occhi, quando pensi che potrei pentirmi della faccenda?”
“Aspetta…non intendevo questo…io..”
“Lo so, lo so…stai solo prendendo tempo cercando di capire come fare a risolvere questa situazione.”
I due carabinieri si guardarono dubbiosi.
“Ma la situazione non si può risolvere. E’ troppo tardi, ormai. Nessuna soluzione” affermò Bruno.
“Cosa intendi? Quale situazione? Parliamone e vedrai che troveremo un modo…tutto si risolve…”
Questa volta intervenne anche il secondo uomo della legge mentre sopra di loro un elicottero continuava a volare in circolo.
“Sì, esatto! Vedrai, ti aiuteremo a trovare una soluzione ai tuoi problemi. Se si tratta di soldi noi potr..”
“Soldi? E voi pensate che io affronterei un simile pericolo per dei meri, stupidi pezzi di carta colorata?”
Maurizio, il secondo carabiniere, un uomo sulla quarantina tranquillo e bonario, si ritrovò a deglutire preoccupato: non aveva la più pallida idea di come gestire la faccenda. E per di più se la stava facendo letteralmente addosso dalla fifa.
Il loro capitano, che ora stava organizzando l’operazione tentando nel frattempo di provvedere all’evacuazione della zona, aveva ipotizzato che sarebbe stato facile: “Basta farlo parlare un po’ e capire che problemi può avere. Vedrete, sarà il solito sfigato con problemi di soldi o con la moglie che l’ha lasciato…basterà assecondarlo un poco e farlo ragionare. E di sicuro non avrà il coraggio di fare gesti inconsulti, tanto più che non è nemmeno certo che quello che indossa sia esplosivo vero. Conto su di voi in attesa che arrivi uno psicologo”.
L’aveva fatta semplice, lui, ma quell’esplosivo sembrava vero.
“Scusami…scusami, non volevo offenderti…solo…beh…dicci allora qual è il problema…aiutaci a capire…”
“Voglio parlare con uno di quei giornalisti” richiese l’uomo indicando l’elicottero bianco con lo stemma di un’emittente locale.
I due carabinieri si scambiarono un’occhiata interrogativa e poi Fabio partì verso il suo capitano. Un megalomane egocentrico, ecco la spiegazione, sarebbe stato sufficiente dargli quello che voleva, lasciarlo sfogare e tutto si sarebbe risolto.
Il capitano Cordelli si dimostrò invece più inflessibile e meno propenso ad assecondare il folle. Dopo aver udito ciò che Fabio aveva da riferire si diresse verso l’uomo con passo rapido e incazzato andando ad affiancare il buon Maurizio.
“Sono il capitano Cordelli del corpo dei Carabinieri. Posso capire le tue intenzioni ma non credo di poterti accontentare. Per questo genere di cose ci vuole tempo: dobbiamo richiedere autorizzazioni, permessi…mi capisci, vero? Nel frattempo, perché non parliamo un po’. Dimmi, cosa possiamo fare per te?”
Bruno sorrise e portò la mano sinistra verso la tasca della sua giacca afferrando un piccolo oggetto mentre i carabinieri iniziarono a dare segni di nervosismo per l’improvvisa mossa del loro interlocutore.
“Allora non ci siamo proprio capiti: io non sono uno sfigato che recita la parte dell’uomo disperato. Io faccio sul serio e voglio che mi prendiate sul serio. Portatemi qua i giornalisti e le telecamere, sennò…” e, accompagnando quelle ultime parole, mostrò loro un piccolo oggetto rettangolare
I carabinieri nel frattempo si erano acquattati e avevano estratto le pistole verso quell’uomo pacato e sorridente. “Non capisco..” il dubbio del capitano Cordelli ruppe quel momento di silente tensione.
Tutti gli occhi della folla, carabinieri e non, erano rivolti verso quei quattro uomini. Apprensione e curiosità albergavano in alcuni di essi mentre, per lo più in quelli dei carabinieri, la paura per una situazione che minacciava di farsi seria e pericolosa.
“Niente armi e niente scherzi! Sono imbottito di esplosivo e nella mia auto ce n’è ancora: volete che saltiamo tutti per aria? E allora via le armi!” gridò Bruno.
A malincuore, i carabinieri, riposero le armi nelle fondine.
“Bene, vedo che iniziamo a capirci. Ora, o le telecamere e i giornalisti vengono qui o farò saltare tutto quanto. E per farvi capire che faccio sul serio…” l’uomo lanciò il piccolo oggetto che aveva prelevato dalla tasca in direzione dei binari.
Fortunatamente nell’area in cui atterrò non vi era niente e nessuno se non dei binari, una muretta di recinzione ed un palo.
L’esplosione fu comunque significativa e provocò dei seri danni cogliendo alla sprovvista sia i carabinieri sia la folla che seguiva la scena.
“Cristo Santo!” esclamò il capitano dei carabinieri “stiamo calmi!”
“Io sono calmo” replicò Bruno “portatemi i giornalisti”.
Cordelli tacque per qualche istante al chè l’uomo in piedi sull’auto continuò “fatemi parlare con i giornalisti. Per il momento vi prometto che non farò esplodere null’altro e non metterò in pericolo nessuno.”
Il capitano parve soppesare le sue parole e poi annuì. Subito dopo scomparve assieme ai suoi uomini.
Due carabinieri furono incaricati di contattare l’elicottero della televisione e di spiegare la situazione ai giornalisti convincendoli a collaborare mentre Cordelli imprecava e bestemmiava.
I giornalisti arrivarono poco dopo, giusto il tempo di far atterrare l’elicottero in un campo lì vicino. Rapidamente vennero messi al corrente della situazione e scortati fino al cospetto del terrorista da Maurizio e Fabio i due sfortunati “volontari” incaricati di seguire da vicino l’evolversi degli eventi.
Il giornalista ed il cameraman iniziarono a riprendere da subito, mentre ancora erano in avvicinamento.
Il terrorista era in piedi sul tettuccio della sua auto, una Escort grigio metallizzata vecchia almeno di quindici anni, vestiva in giacca e cravatta e all’altezza della pancia faceva bella mostra di una cintura da kamikaze completamente imbottita di esplosivo. In mano teneva un piccolo telecomando nero e sembrava calmo, troppo calmo.
“…eccoci in diretta da Noale dove un uomo, un terrorista, sta creando il panico…come potete vedere l’uomo ha posizionato la propria auto sui binari che attraversano la Noalese e praticamente ha bloccato il traffico ferroviario e automobilistico dell’intera zona…” la voce nasale di Michele, giornalista trentenne di una televisione locale fortuitamente capitato al momento giusto nel posto giusto. L’elicottero stava riportando in sede lui ed il suo cameraman, Beppe, al ritorno da un inutile servizio sulla strade del Veneto. Non che usassero così spesso l’elicottero però per quel genere di riprese che erano state richieste per il servizio non si potevano effettuare in altro modo se non dall’alto. E mentre sorvolavano sulla zona l’occasione per un servizio che avrebbe offerto grandissime opportunità per entrambi. Per un poco si erano limitati a sorvolare la zona in attesa dello sviluppo degli eventi e, alla fine, erano stati premiati.
E ora lui e Beppe erano lì, a due passi dal presunto terrorista. Avevano paura, ma non per questo avrebbero sprecato quell’occasione.
“Eccoci…siamo praticamente davanti all’uomo che ha chiesto di parlare con noi per spiegare le ragioni di questo gesto. La tensione è palpabile…come potete vedere, fai una panoramica Beppe, la strada è completamente bloccata e una piccola folla è rimasta ad osservare la situazione. Poco fa, l’uomo ha inoltre fatto capire che non sta affatto scherzando, inquadra quella muretta per favore. Ecco, lì potete vedere i risultati di un’esplosione che poco fa ha indotto i carabinieri ad assecondare le richieste del terrorista. Come potete ben immaginare, è una situazione difficile, drammatica…osservate quanto esplosivo indossa quell’uomo…sembra davvero intenzionato e di sicuro ci dev’essere qualcosa di grosso in ballo se ha richiesto di parlare con dei giornalisti. E noi siamo i primi, gli unici, a potervi fornire la testimonianza di un uomo che sta minacciando un’azione tanto folle quanto anomala nella storia del nostro Paese. Ecco…ora ci avvicineremo per intervistarlo… Salve! Siamo i giornalisti della TNE! Siamo a sua completa disposizione…”
“La telecamera sta già registrando?”
Michele, per un attimo attraversato dal dubbio che Beppe avesse problemi alla telecamera, chiese conferma al collega e poi annuì a Bruno.
“Sì, stiamo già registrando. Può dire tutto quello che vuole…signor…?”
“Mi chiamo Bruno”
“Beh…noi siamo Michele e Beppe, della TNE. Ci dica, chi è lei e cosa fa nella vita?”
“Non ha importanza: non vi ho chiamato qui per un’intervista ma per usarvi.”
Un velo di timore sul volto di Michele.
“Cosa…cosa intende, mi scusi?”
“Semplicemente che non vi ho chiamati qui per un intervista ma solo per raccontarvi quelle che sono le mie motivazioni, per far capire a tutti l’importanza delle mie azioni. Ora, ditemi, state già trasmettendo?”
“S-s-si, sì certo stiamo già trasmettendo le riprese alla nostra sede…ma perché me lo chiede scusi? Non avrà mica intenzione di farsi esplodere sul serio?”
Bruno sorrise mentre l’inviato della televisione iniziò a realizzare parte delle intenzioni dell’uomo. Voleva esser certo che le riprese e il suo messaggio sopravvivessero anche in caso di una catastrofica deflagrazione.
Nel frattempo, il traffico ferroviario e automobilistico delle province di Padova, Venezia e Treviso rimaneva bloccato alla mercè del folle gesto di una persona comune e insospettabile.
Sul posto, invece, solo un manipolo di curiosi, due inviati di TNE e qualche carabiniere restavano a presidiare la zona. Una quarantina di persone in tutto che tentavano di far ragionare quel pazzo mentre tutti gli altri civili erano stati fatti evacuare e portati a distanza di sicurezza.
“No, per ora non ho intenzione di far esplodere alcunché..” confermò Bruno.
Michele, riprendendo un po’ di coraggio, tentò di continuare la conversazione mentre, poco distante, i carabinieri avevano ricevuto rinforzi, uomini in borghese appartenenti all’esercito italiano.
Un paio di questi, addirittura, si era mescolato alla piccola folla che seguiva da vicino le riprese del terrorista Bruno.
“Allora…” iniziò a chiedere Michele “ allora che ne dice di raccontarci le sue motivazioni, il suo scopo. Registreremo tutto quanto”.
Avvicinandosi ancora di più all’uomo, i reporter iniziarono quindi a raccogliere le parole dell’uomo.
“Faccio tutto questo perché sono stanco. Stanco di come vanno le cose nel mio Paese. Stanco di assistere a come il buon senso non venga mai usato. Ogni giorno, tutti, veniamo presi per il culo. Io sono stanco di tutto questo, di vivere infognato in un Paese vecchio, incapace di venire a capo dei suoi problemi.”
Il volto dubbioso di Michele per un attimo inquadrato dalla cinepresa mentre la piccola folla di curiosi e carabinieri prese ad ascoltare le parole del presunto terrorista.
“Dannazione” commentò il capitano Cordelli “un terrorista patriota…questo è matto, gente, prepariamoci al peggio”.
Attorno a lui, gli uomini iniziarono i preparativi per il piano B: due agenti in borghese si allontanarono con una valigetta mentre altri due presero a muoversi in modo da giungere alla spalle di Bruno. Impegnato com’era a farsi riprendere avrebbe di certo commesso qualche disattenzione permettendo agli agenti dell’ordine di riportare la tranquillità. Certo, il rischio di mettere in pericolo gli inviati di TNE, qualche civile e lo stesso Bruno c’era eccome, ma lo stress a seguito delle telefonate ricevute da sindaci e superiori cominciava a farsi sentire. La situazione andava chiusa i fretta.
“Quindi, lei vorrebbe farci intendere che ha creato tutto questo per…protesta?”
“Più o meno è così. Nessuno fa mai veramente nulla per risolvere i problemi. E lo sa perché? Perché non glene frega un cazzo a nessuno dei casini di questo Paese. I nostri politici sono degli incompetenti e non sanno far altro che insultarsi e non prendere decisioni serie. Pensa, stanno ancora pensando di risolvere la crisi energetica con il nucleare oppure il carbone!!
E nel frattempo, la gente sta male e continua a soffrire per gli stessi eterni problemi che da sempre sono irrisolti.
Prendete questa strada, per esempio…”
E mentre ancora parlava, con la mano si mise ad indicare l’infinita distesa di auto bloccate a causa degli eventi che lui stesso aveva generato. Voltandosi per indicare anche il traffico congestionato che dal passaggio a livello si articolava verso il centro del paese notò allora la presenza di due uomini che prima non rammentava di aver visto: capelli molto corti e la postura e l’atteggiamento simile a quella dei soldati.
“Cos’ha questa strada di tanto importante? Per lei intendo?”
“Ma mi state ascoltando o cosa? Non vi sto parlando di problemi miei, ma di problemi che abbiamo tutti. Questa strada non significa nulla per me ma fa riflettere la facilità con cui ho messo in ginocchio il traffico automobilistico e ferroviario di tre province. Oppure no? E sapere perché è stato possibile? Perché le strade che abbiamo sono state concepite da idioti! Lavori in corso fasulli solo per sprecare soldi, incontri senza senso, percorsi antiquati e inadatti alle esigenze che abbiamo. Avete mai pensato a quanto tempo ciascuno di noi perde a causa di ingorghi e code al semaforo? Oppure per colpa dei treni? Non ha senso che strade e ferrovie si incrocino e ancor di più non ha senso che ci siano ancora così tante auto, così tanto stress e smog…uno spreco..”
“Quindi…lei cosa vorrebbe? Che cambiassimo le strade?”
“Non sono le strade il vero problema. Siamo noi, siamo noi il problema perché abbiamo smesso di guardare al reale e di porco domande e di pretendere soluzioni. Io ho fatto tutto questo solo per attirare l’attenzione, per scuotere un po’ gli animi e far capire che una persona può ancora far qualcosa per cambiare il mondo.”
“E lei, pensa di poter cambiare il mondo?”
Silenzio per qualche istante mentre Beppe iniziò a spostarsi leggermente verso sinistra in modo da inquadrare l’obbiettivo da un angolatura diversa assecondando l’illuminazione naturale del momento. I carabinieri ed i civili invece apparivano confusi, incapaci di comprendere bene cosa stava succedendo.
Una serie di dubbi e pensieri vari attraversarono la folla: “Ma non era un terrorista?” “Non era un folle? “E che ne so, scusa? Comunque è stato lui a far esplodere quella muretta, poco fa! E’ un criminale” “Cristo, quanto tempo ci vorrà ancora?” Ssht…voglio capire cosa sta succedendo”
“Non lo so. So solo che è tempo di cambiare, di fare qualcosa. Io non ne posso più di convivere con l’ipocrisia e la disattenzione verso il popolo da parte di quelli che dovrebbero risolvere i nostri problemi e non creare. Guardate! Poco distante c’è la ferrovia. In tutti questi anni cosa hanno fatto per potenziarla, per favorire il trasporto sulle rotaie? Niente! E allora eccoci a produrre smog e a protestare per ritardi e disservizi. Guardate a queste auto, ferme e vuote: quanto spazio occupano?”
Una rapida panoramica di Beppe, assecondando il gesto di Bruno e un cenno di Michele, permise anche agli spettatori da casa di osservare un’infinita distesa di veicoli metallici che occupavano centinaia e centinaia di metri di strada. Nel tornare a volgere la telecamera sul terrorista che aveva ripreso a parlare, ironicamente, Beppe inquadrò la piccola folla che stava seguendo da vicino il discorso del terrorista che indossava la cintura di esplosivo. Occupavano un’area di pochi metri quadrati, una parte infinitesimale dell’area coperta dalle loro automobili.
“Avete visto?” riprese Bruno “Avete visto che spreco? Ma di certo non è peggio dello spreco di carburante e risorse che compiamo ogni volta che guidiamo! E pensare che a quest’ora potevamo essere i padroni incontrastati del mercato dell’auto all’idrogeno…”
“Non le sembra di esagerare?” azzardò Michele, sempre più dimentico della pericolosità di quella situazione “Dopotutto, le auto all’idrogeno non esistono.”
“Ah ah ah, non esistono! Bella questa! Certo che esistono! Da almeno dieci anni esistono modelli sicuri e perfettamente funzionanti. Però è più facile far credere alle folle che non esistano, così possono continuare a farci viaggiare su queste…cose antiquate e inquinante. Almeno è più facile trovare una scusa per far guerra. Dannazione, ma non vi accorgete di come vi prendano in giro? Di come giochino con la vostra ignoranza? Pensate davvero che non esistano alternative a quelle che ci propongono? Perché invece non protestiamo, perché non pretendiamo qualcosa di meglio per noi e per i nostri figli? In fondo…si inizia con l’accontentarsi, con l’adagiarsi e l’accettare quello che succede come un dato di fatto e non si riflette più. Il mondo potrebbe essere migliore ed è ora che ci si decida a cambiarlo. Guardate, guardate a cosa siamo arrivati: siamo tutti fermi, bloccati perché nessuno ha mai pensato di riflettere sulla sensatezza di avere una strada fatta in questo modo. Tutti fermi perché un uomo ha deciso di fermarsi sui binari. Tutti fermi come la nostra Italia…”
Alle spalle di Bruno, infervorato nel suo soliloquio con il mondo, i due militari in borghese impercettibilmente iniziarono ad avvicinarsi non visti all’auto dell’uomo: solo pochi metri e avrebbero potuto raggiungerlo.
“Si sta forse riferendo alla nostra situazione economica per caso…beh…gli ultimi dati..”
“Non ci provi anche lei, non ci provi a dire che i dati indicano crescita. Sono cazzate. Io, per lavoro, tratto dati tutto il giorno. Di tutti i tipi e in tutte le forme e in tutta sincerità le posso dire che i dati in sé non dicono proprio niente. Siamo noi che attribuiamo loro un’interpretazione e in base a questo traiamo conclusioni. Mi dica, sono curioso, mi dica come è possibile che i dati rivelino che la crisi economica sta passando? Che prove certe ha? Nota diminuzioni dell’inflazione? Nota forse che sia più facile trovare lavoro? O forse non nota come siano aumentati i casi di aziende che chiudono, di aziende che sfruttano i lavoratori precari oppure i giovani disoccupati? O forse mi vuole dire che magicamente abbiamo prodotto ricchezza dal nulla senza movimenti di capitale? E tutte quelle aziende che prestano soldi? Mi dica, se non c’è crisi, come mai fioriscono? A chi li prestano quei soldi?”
“…veramente…io….non saprei…”
“Ecco, allora stia zitto e si informi. Sta tutto lì il problema: l’informazione e la conoscenza. Anch’essa, in Italia, ora è ferma, immobilizzata proprio come questa strada, fossilizzata da un sistema costruito sulla disinformazione e sulla poca conoscenza delle persone. Le persone ignoranti sono più facili da gestire, da guidare come pecore verso un recinto da cui non potranno più scappare. E’ tempo di cambiare.”
“E allora dicci come cambiare!” un uomo urlò dalla folla poco distante. Il capitano Cordelli che pure lui stava seguendo la situazione non potè fare a meno di pensare che quell’uomo, quel terrorista che poco tempo prima li aveva derisi facendo esplodere quella bomba sui binari, stava poco a poco conquistando quell’insolito pubblico costituito da civili e carabinieri.
Lentamente stava divenendo sempre più una sorta di leader, una persona carismatica che anziché terrorizzarli stava scuotendo le loro coscienze.
Un’improvvisa telefonata però lo strappò da quei pensieri.
Era il suo capo.
Stava seguendo la situazione anche tramite la televisione: “E’ ora di finirla”
La piccola folla che stava seguendo il suo discorso iniziava pian piano ad entrare nello spirito giusto.
Il suo gesto non sarebbe stato inutile, qualcuno avrebbe iniziato a riflettere sulle sue parole. E ad agire di conseguenza.
Forse, il mondo davvero avrebbe potuto cambiare
Purtroppo, mentre Bruno si apprestava ad esprimere i suoi pensieri, le forze dell’ordine si organizzavano per attuare il piano B.
Inammissibile che un terrorista si facesse beffe del corpo dei carabinieri a quel modo passando per un eroe patriota che agisce in nome del popolo.
I due agenti in borghese che nel frattempo erano riusciti ad avvicinarsi a Bruno mescolandosi alla piccola folla che aveva preso a seguirlo con passione, si prepararono ad intervenire al segnale prestabilito.
Bruono avvertì del movimento alle sue spalle e quindi, ruotando su se stesso, si volse agli uomini che avanzavano verso di lui intimando loro di fermarsi.
“State indietro! Lasciatemi finire o faccio saltare tutto quanto!” minacciò mostrando loro il telecomando con cui avrebbe potuto radere al suolo la zona.
Immediatamente le trasmissioni si interruppero.
Un colpo di fucile colpì l’uomo al braccio, proprio all’altezza del polso. Il sangue iniziò ad uscire copioso mentre i due uomini scattavano verso di lui pronti ad afferrarlo e a recuperare il telecomando prima che cadesse.
“Maledetti…”

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A questo punto, amico lettore, il racconto può terminare nel modo che preferisci. Ho previsto infatti tre tipologie di finale e lascio a te la possibilità di scegliere.
Puoi scegliere di leggere il finale :

Finale di tipo A

Finale di tipo C

Finale di tipo E

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A come amaro

“Maledetti…”
Queste le parole di Bruno mentre in pochi istanti i due agenti gli erano addosso, immobilizzandolo e strappandogli il telecomando dalle mani.
L’uomo si divincolò per qualche istante, imprecando e tentando di guadagnarsi la libertà ma la stretta di ferro dei due non lasciava scampo tanto che altri agenti intervennero per aiutarli. Soprattutto, la preoccupazione di tutti andava alla cintura di esplosivo che ancora indossava e che prontamente gli venne tolta di dosso.
In breve l’uomo venne portato al cospetto del capitano Cordelli.
“”Ben fatto ragazzi” si congratulò con i due uomini mentre a Bruno riservò solo un conciliante “…mi spiace…ma è finita”.
Il terrorista, bloccato da due agenti che lo reggevano in piedi e che gli bloccavano le braccia dietro la schiena, sorrise: “…speravo solo di riuscire a concludere il mio discorso…e poi…”
“Poi?” chiese beffardo il Cordelli.
“Capitano” Maurizio gli si avvicinò reggendo la cintura che Bruno aveva indossato fino a poco prima “è finta!”.
Il capitano rimase di stucco come tutti i presenti, improvvisamente ammutoliti per la rivelazione.
“Comè possibile…?” “Beh…ecco…sembrava così reale, così ben fatta…e poi quell’esplosione e la sua decisione per cui…”
Dalla Escort grigia di Bruno giunse poi la voce di Fabio che confermò l’assenza di esplosivo.
Bruno scoppiò a ridere subito stroncato da un pugno ben assestato da parte del capitano.
Successivamente lo portarono via ed entro poche ore il traffico tornò alla normalità.
Nei giorni successivi numerose le notizie in merito alla faccenda, interviste e speciali, dibattiti televisivi e sui tanti forum di internet.
Sostanzialmente però, anche se il ricordo del folle gesto di Bruno sopravvisse, nulla cambiò e la gente tornò a farsi inghiottire dalla tranquilla, sottomessa, ordinarietà dei giorni.

C come comico

“Maledetti…”
Queste le parole di Bruno mentre lasciava cadere il telecomando verso terra.
Prontamente i due agenti appostati alle sue spalle si lanciarono su di lui e sul telecomando che avrebbe potuto causare la morte di tutti loro.
Realizzando cosa stava per accadere, Bruno cercò di evitare la caduta del telecomando.
Non voleva causare un disastro.
E di certo non voleva uccidere nessuno, men che meno se stesso.
Si sporse quanto più gli era possibile fino a cadere giù dall’auto assieme al telecomando.
L’impatto col suolo non fu dei più felici ma ebbe l’effetto di una potente rivelazione.
Proprio in quell’istante la sveglia sul comodino prese a suonare, perfettamente sincronizzata con l’impatto di Bruno con il pavimento della sua camera.
Dolorante, senza alzarsi da terra, con una mano raggiunse quell’arnese infernale che tanto detestava.
“Maledetti…” bofonchiò, senza sapere tuttavia a chi indirizzare le sue parole.
Sbadigliando sonoramente e portandosi una mano alla testa che gli doleva per la caduta dal letto, Bruno si alzò in piedi.
Nonostante le quasi sei ore di sonno si sentiva stanco e privato di forza vitale.
Gli capitava spesso di sentirsi così quando sognava intensamente.
E come sempre accadeva, anche quella volta si chiese cosa stesse sognando.
Forse la sua mente aveva giocato tutta la notte a mescolare elementi visivi e sensoriali presi dalle fonti più disparate…
Osservandosi allo specchio mentre si radeva, Bruno si chiese perplesso che senso avesse sognare se poi al mattino non rimaneva traccia del viaggio fatto in quel mondo senza spazio e tempo che la nostra mente sa creare.

E come esplosivo

“Maledetti…”
Queste le parole del terrorista in risposta al dolore che stava provando.
Per l’agente Birmani il tempo sembrò allungarsi a dismisura fino a perdere consistenza.
Solo due metri, una brevissima distanza da colmare e il telecomando sarebbe stato al sicuro nelle sue mani.
Distintamente lo vide scivolare dalla mano di Bruno, fluttuare leggermente nell’aria quasi a soppesare le devastanti ripercussioni che avrebbe potuto avere la sua caduta.
Girò e rigirò più e più volte su se stesso mentre l’agente Birmani, con un saltò, tentò di raggiungerlo.

Su di una spiaggia il placido movimento delle onde che si muoiono sulla sabbia. Il sole splende in cielo, caldo e rassicurante.
Bruno, disteso a pochi metri dall’acqua del mare, si solleva sui gomiti ad osservare il rassicurante movimento dell’acqua.
Vicino a lui un uomo, alto, fuma una sigaretta. Indossa un lungo cappotto di pelle nera che gli cala fino alle ginocchia. I capelli neri appena mossi dal vento mentre degli occhiali da sole impediscono ai suoi occhi di incrociare quelli dell’uomo sulla sabbia.
I due si osservano per un poco.
“Se potessi scegliere dove morire mi piacerebbe morire su di una spiaggia, davanti al mare, con le onde che avanzano sul bagnasciuga e un sole caldo che illumina tutto quanto” l’uomo con la sigaretta interrompe il silenzio e, dopo una boccata di fumo, continua “sono parole tue, Bruno.”
“Capisco…”
L’uomo continua a fumare, calmo, in piedi, con addosso il giubbotto come se provasse freddo in quel luogo torrido e assolato e volgendo ora lo sguardo al mare e al sole che, rapidamente, inizia a tramontare.
“Sono morto, vero?” chiede conferma Bruno mentre il sole scompare al di là dell’orizzonte, una palla color arancione in un delicato tramonto dai toni rosati.
L’uomo annuisce mentre con le dita stringe il mozzicone di sigaretta ormai quasi del tutto consumata.
“Questo è il paradiso?”
L’uomo scuote la teste mentre si fa notte.
Mentre getta la sigaretta verso l’acqua del mare l’uomo anticipa la domanda che Bruno era sul punto di esprimere “e non siamo nemmeno in purgatorio. Ai terroristi non è concesso un simile privilegio.”
L’uomo disteso sulla sabbia, colto dal dubbio e dalla paura cerca di giustificarsi “Ma… io non sono un terrorista…non intendevo fare del male a nessuno. Avevo tutto sotto controllo…devi credermi, è stata tutta colpa loro! Mi hanno sparato!”
Si era alzato e supplicava quel misterioso individuo di salvarlo: “Ti prego, aiutami! Non mi merito questo! Devi aiutarmi, ti prego!”.
Sollevandosi gli occhiali da sole, l’uomo dell’Inferno rivelò a Bruno due occhi straordinariamente azzurri. E tristi, di un dolore senza fine, eterni come il tempo.
“Mi spiace” gli disse appoggiandogli una mano sulla spalla mentre il neo defunto iniziava a singhiozzare disperato continuando a giustificarsi “mi dispiace ma ora dobbiamo andare: Minosse ci attende”.

Data di creazione: 07 aprile 2006

Ultima modifica: 23 aprile 2006

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