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Secondo interludio
I comandanti e i sergenti definiscono le tattiche della battaglia, incitano i soldati e studiano il campo.
Sarà dura: è più che evidente.
Il nemico schiera anche orchi e pericolosi non morti, animati dalle oscure arti dei negromanti.
Tra di loro, dicono, si aggiri il famigerato stregone bianco Morazor.
Un mito, una leggenda, un incubo divenuto realtà.
Basta il suo nome a scuotere il cuore dei soldati, a preoccuparli inutilmente.
Ci pensano però i sergenti a spronarci, a ridestare in noi il coraggio sbraitando insulti: dobbiamo restare saldi! Siamo uomini, non siamo femmine piagnucolose! Siamo soldati, per la barba di Ursherk! Non dobbiamo cedere e non cederemo! Coraggio, stramaledetti figli di puttana: dov’è finito il vostro coraggio? Ce le avete le palle o no? Vedrete, li annienteremo!
Da parte mia, cerco di incitare e dar consigli ai miei compagni. Ma in fondo li capisco: sui campi di battaglia non è mai facile, nulla è mai facile.
E poi girano strane voci, inquietanti dicerie sui poteri di Morazor.
Non so se credervi o meno.
Dicono che con le sue arti proibite domini la vita e la morte e che i soldati non morti dell’esercito nemico siano il frutto dei suoi infernali esperimenti, l’esito di arcani rituali di magia proibita...
Amicizia
Riapro gli occhi e mi scopro in un altro luogo, diverso dal precedente.
Avanzo veloce, come trasportato da un vento irreale che solo nel mondo dei sogni trova ragione d’esistere.
Vago rapido nei pressi della caserma militare che ben conosco.
Alle sue spalle troneggiano le mura del castello del duca Kalas mentre baracche e caseggiati crescono al di fuori di esse, piccoli edifici di legno e paglia utili a fornire un riparo alla povera gente colpita dalla crisi che, inevitabilmente, le guerre degli ultimi anni han recato con sé.
Mi muovo agilmente tra gli edifici in cui ho trascorso il tempo del mio addestramento militare, dapprima come paggio, poi come scudiere, infine come guerriero nelle fila dell’esercito del duca.
Provo nostalgia per questi luoghi, per tutti quei giorni vissuti nella fatica degli allenamenti e nello sforzo di preparami in vista delle battaglie che ora combatto contro gli eserciti dei nostri nemici.
A ben pensarci è da un bel po’ che manco da qui, da troppo tempo impegnato al fronte ahimé…
Un po’ sentivo la mancanza di tutto questo, nostalgia degli amici e delle esperienze dei tempi dell’addestramento.
Leggero ed oniricamente inconsistente, come fossi fumo vivente, avanzo tra l’armeria e i dormitori fino a distanziarli e giungere nei pressi delle stalle. Dietro una di esse, vicino ad un albero di noce, seduto sui resti di un tronco abbattuto, trovo Galor.
E’ un anche lui un guerriero, un mio commilitone, e prima ancora un amico con il quale ho legato sin dal primo giorno in cui ci siamo incontrati all’interno di questo casermone. Abbiamo circa la stessa età, due anni di differenza o giù di là.
Siamo accomunati dal medesimo carattere schietto e sincero ma con la spada gli sono di gran lunga superiore, anzi, sono più abile della maggioranza dei guerrieri del duca.
Non lo dico per vantarmi: è una pura e semplice constatazione, provata e comprovata. Un dono di natura, oserei dire, che mi ha permesso di farmi un nome tra le fila dell’esercito e che mi ha salvato la vita numerose volte in battaglia.
E anche a Galor e ai miei compagni sul campo , ovviamente.
Naturalmente questo mi ha permesso di rinsaldare ancora di più l’amicizia che ci lega al contempo sono divenuto per lui una sorta di modello, un obbiettivo a cui avvicinarsi sempre più, grazie all’allenamento e alla pratica nell’uso della spada.
Talvolta ci alleniamo insieme combattendo l’uno contro l’altro. Nonostante l’entusiasmo e la finta arroganza che lui ci mette al solo fine di stuzzicarmi e distrarmi, finisce sempre con l’essere sconfitto.
“Ma un giorno, un giorno vedrai che sarò io a farmi beffe di te!” suole dire dopo esser stato battuto, parlando con il sorriso sulle labbra di chi ha nell’animo uno sconfinato amore per la vita e una perseveranza fuori dal comune.
E se lui ammirava il mio talento con la spada e l’abilità nel combattimento, io ho sempre apprezzato in lui il modo leggero e spensierato di affrontare ogni cosa, vivendo sempre con serenità e col sorriso nel cuore le prove della vita.
Eppure ora non appare il solito Galor che conosco.
Siede sul tronco in silenzio, con aria distrutta, con i capelli castani scompigliati e lo sguardo smarrito e perso nel vuoto. In una mano regge una bottiglia di liquore quasi vuota oramai; appare stranamente mesto, distante.
Avanzo verso di lui incuriosito e al contempo preoccupato.
Lo chiamo per nome e lui, lentamente, volge lo sguardo su di me.
Sembra essere ubriaco e una profonda tristezza alberga nei suoi occhi velati.
Per un attimo rimane ad osservarmi mentre lo fisso a mia volta, chiamandolo nuovamente per nome, incredulo nel trovarlo così, quasi ad aver conferma che si tratti proprio di lui e non di un altro che gli somigli.
Questo non è il Galor che conosco, il ragazzo spensierato che riesce sempre a risultare simpatico e ben accetto a tutti.
Questo è un Galor che non conoscevo, disperato e desolato.
Cos’è successo, amico mio?
Che cosa ti ha annientato dentro?
E mentre provo a chiedergli cosa gli è accaduto le sue pupille scure si dilatano all’improvviso ed un’espressione di stupore misto a paura gli si dipinge nel volto.
Si alza barcollando e si dirige verso le stalle poco distanti scuotendo la testa e farfugliando qualche “ho bevuto troppo …”
Lo seguo, e di nuovo lo chiamo.
Da sopra la spalla, nonostante l’andatura incerta, il ragazzo si volta ad osservarmi e sul suo volto si rinnova l’espressione di dubbio e paura che poc’anzi avevo scorto.
“No!”
Lo sento gridare sconvolto mentre affretta il passo verso la stalla in cui riposano i cavalli.
Non comprendo questo suo atteggiamento.
“Aspetta Galor!” grido.
Lo seguo dentro l’edificio in legno. Non appena entro, i cavalli nitriscono all’unisono: appaiono nervosi, scalciano e si muovono spaventati.
Galor è per terra, caduto a causa del poco equilibrio risultante dal troppo uso di alcol.
Si puntella sui gomiti e sulle ginocchia per rialzarsi. Con la coda dell’occhio mi scorge avanzare verso di lui, per soccorrerlo
“Nooo!”
Il suo urlo mi ferisce nel profondo e indietreggio di un poco, mentre i cavalli continuano a dimostrarsi irrequieti e a scalciare nervosi.
Non comprendo.
Cosa sta succedendo?
Cosa significa tutto ciò?
Che sogno è mai questo?
Mi sento male ed è come un dolore che mi trapassa la mente ed il cuore, perforando.
Fa male!!
Terribilmente male!!
Urlando porto le mani alle tempie e cado in ginocchio.
E’ come se qualcosa mi stesse perforando il cranio. Il dolore mi esplode nella testa: urlo atrocemente e poi, sopraffatto, chiudo gli occhi.
Giunge il buio.
E nel buio ogni rumore e ogni sensazione svanisce.
L’oscurità nuovamente giunge a recuperarmi e mi allontana dalla follia dei cavalli e dall’assurda reazione di un amico troppo ubriaco.
Mi sento sempre più leggero e stanco. Scuoto la testa riprendendomi da quello strano dolore che poco prima aveva quasi rischiato di uccidermi.
Ho paura.
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