Il Signor G

“Non posho tornhare eh?”
L’uomo parlava da solo, l’andatura ciondolante e insicura.
“Ma cherto che posho tornare …”
Prima roteò la testa a sinistra e poi la spostò a destra con un movimento sinuoso; gli occhi apparivano a intermittenza da sotto le palpebre. Erano pesanti.
“Lo vedremo … hic …”
Era una promessa.
Nel frattempo, mentre raccoglieva i pensieri, portò la bottiglia alla bocca. La sollevò su su, fin quasi in verticale: il liquore piovve nella sua bocca e sulle guance.
Gocce di liquido ambrato seguirono il contorno del suo viso, accarezzando i contorni del mento e il profilo del collo fino a inzuppargli la camicia ed il gilet di pelle marrone. Alcune caddero al suolo.
Poi tutto finì: la bottiglia era vuota..
“Maledisione…”
Bofonchiò mentre cercava di scagliare lontano la bottiglia, un gesto che gli venne naturale per esorcizzare la solitudine e la disperazione che provava in quel frangente.
Nella pratica però non fu altrettanto sciolto, poco convinto, ottenendo un lancio scialbo.
L’alcol rendeva tutto più complicato e al contempo faceva apparire tutto così drammaticamente semplice.
Barcollando rimase immobile sul posto, un marinaio che ancora ondeggiava nonostante i suoi piedi fossero appoggiati sulla terra ferma.
Prrrot …
Un peto improvviso, inaspettato che si propagò nel silenzio della notte.
Alcuni cani abbaiarono, dei volatili partirono in volo da alcuni alberi poco distanti.
Lui li guardò come fossero distanti anni luce, esseri minuscoli ed insignificanti, macchie scure nelle tenebre della notte.
Sorrise senza motivo per poi tornare serio soltanto un attimo dopo. La testa ciondolò a destra e a sinistra, assecondando le oscillazioni del corpo. Il mento gli sfiorò il torace mentre l’uomo si sbilanciava in avanti quasi fosse assopito e incapace di restare ancora in piedi.
Di alcol ne aveva bevuto parecchio a dire il vero, rhum e poi grappa al gusto di mela verde.
Era necessario, si era detto.
E ora, ubriaco, vagava nella notte privo di meta e controllo.
Ad un tratto, una lampadina si accese dentro di sé: aveva bisogno di pisciare.
Tirando su con il naso e schioccando la bocca, riaprì gli occhi e cercò di scrutare l’orizzonte alla ricerca di un luogo adatto alla minzione ma per via dell’oscurità notturna non gli riuscì di vedere poi molto.
Decise quindi di incamminarsi in una direzione a caso.
“Ghià, lo vedremo…” proruppe poi continuando un discorso immaginario che stava conducendo con se stesso.
Era lontano da casa, molto, sperduto in terra straniera. Praticamente senza alcuna speranza di riuscire a tornare indietro da quel luogo ignoto.
Dopo una decina di passi o poco più l’equilibrio gli venne meno: incespicò in un qualche ostacolo e cadde a terra. Fortunatamente riuscì a porre avanti a sé le mani e a non rovinare a terra con il peso del corpo. Tuttavia non fu altrettanto capace di frenare compostamente e, cedendo con il braccio destro, cadde a terra trascinando con sé pare di un microscopico muretto che si trovava lì.
“Maledisione…”
Continuò a ripeterlo sommessamente mentre riguadagnava la postura eretta e si spolverava i vestiti.
Ad un tratto si accorse di aver qualcosa di metallico agganciato alla mano: cercando di mettere a fuoco nell’oscurità della notte appena appena rischiarata dalla presenza delle stelle in cielo tentò di capire di cosa si trattasse. Quindi, aiutandosi con la mano destra armeggiò per liberarsi da quella specie di ferraglia nerastra che gli avvolgeva parte della sinistra. Poi lo scaraventò via mentre, aprendo e chiudendo il palmo, verificò che tutto fosse a posto. Ripeté il gesto anche con la destra e per un poco se ne stette immobile a scrutare ora una ora l’altra mano. Pareva incuriosito e perplesso, come se si fosse or ora accorto di possedere due estremità prensili al termine degli avambracci.
Infine, convintosi che la destra era a destra che, di conseguenza, la sinistra era a sinistra, che nessuno gli avesse scambiato le mani cioè, felice per quel pensiero riprese la sua marcia con il sorriso stampato sul viso.
Lentamente sparì all’orizzonte, dirigendosi verso est.

Il mattino successivo, Sadrus riaprì gli occhi nel silenzio della propria stanza. Si concesse qualche istante per stiracchiarsi e per rigirarsi sul fianco.
Osservò le cifre di colore rosso che, sul display dell’orologio digitale appoggiato sul comodino accanto al letto, indicavano l’ora.
Mancavano ancora due minuti.
Sbuffò mentre realizzava quanto fosse antipatico aprire gli occhi prima che la sveglia suonasse: a che serviva averla allora?
Godendo del tepore del letto ne approfittò per stiracchiarsi di nuovo. Poi arrivò uno sbadiglio ampio,, immenso a testimoniare il sonno che avrebbe volentieri smaltito.
Dopo una frazione di tempo che gli era parsa della durata di un istante la sveglia suonò implacabile: bi-bip bi-bip bi-bip…
Qualche minuto dopo Sadrus era in bagno: una buona doccia calda e poi la rasatura. Mentre con la destra si rasava, sistemava con la sinistra gli altri oggetti appoggiati sulla mensola del bagno e sul lavandino. Pareva che fossero caduti tutti.
Quindi scelse con cura i vestiti dall’armadio e se li mise: prima un paio di lunghe calze nere, poi dei pantaloni del medesimo colore ma leggermente più scuro. Poi fu il turno di una camicia di colore bianco e di un leggero gilet che si abbottonò sul petto.
Raddrizzò di un poco lo specchio appeso al muro e poi, scrutando il proprio riflesso, soddisfatto a se stesso.
Si piaceva.
Con ancora addosso le pantofole rosse si diresse in cucina per la colazione.
Osservando dalla finestra che dava sul giardino di casa poteva ammirare il sole che, festoso, irradiava il mondo dall’alto del cielo con leggiadre carezze luminose.
“Che magnifica giornata”, pensò mentre sorseggiava del the aromatizzato alla pesca. Alcuni biscotti allietarono la colazione di Sadrus che, pochi minuti dopo, già si stava infilando cappotto e cappello per scendere. Questo era scivolato a terra dall’attaccapanni, a dire il vero: ma a questo dettagli l’uomo non diede molta importanza. capitava che lo ancorasse in malo modo ai rami legnosi del mobile.
Uscì di casa e si avviò per le scale che l’avrebbero condotto al pian terreno. Abitava infatti al primo piano di un edificio di discrete dimensioni.
Si sentiva felice, ristorato: aveva dormito come un sasso a causa della stanchezza che provava, diretta conseguenza di un periodo di intensa attività lavorativa.
Fischiettava allegro per le scale quindi accarezzò la gatta dei vicini che incrociava praticamente ogni mattina a quell’ora. Seguendo il profilo dell’edificio, un caseggiato costituito da quattro appartamenti, svoltò l’angolo per raggiungere i garage collocati dietro casa sua.
Fu allora che il suo umore cambiò: la melodia che stava fischiettando gli morì in gola alla luce della devastazione che poté osservare.
Rimase attonito, senza parole.

Sadrus era in casa ora, nervoso e inquieto. Aveva avvisato i vicini e ora questi stavano esaminando i danni che, notte tempo, “qualcosa” aveva causato ai loro garage. Sembrava che un terremoto, anzi, che un tornado si fosse abbattuto su di loro.
Il cancello in ferro nemmeno era più al suo posto: l’avevano ritrovato nel campo di Otian, all’incirca cinquanta metri più avanti.
Sadrus si mordeva le unghie mentre, al telefono, attendeva che qualcuno gli rispondesse dalla centrale. Voleva segnalare la catastrofe alle forze dell’ordine prima di convocare gli agenti dell’assicurazione. Grazie al cielo era assicurato: sapeva che prima o poi ne avrebbe beneficiato. Non che se lo augurasse, certo, semplicemente era un tipo relativamente previdente e che amava stare tranquillo, vivere senza preoccupazioni.
Ora invece si sentiva inquieto, quasi spaventato: cosa era accaduto durante la notte?
Le linee telefoniche erano intasate o, per lo meno, questo era quello che gli aveva confidato il risponditore automatico; tuttavia per non perdere la priorità aveva deciso di attendere in linea che il primo operatore libero gli rivolgesse la parola.
Nel frattempo continuava ad osservare dalla finestra che dava sul retro.
La sua auto, la sua bellissima auto era accasciata su un fianco: per metà era stata schiacciata da … da … non sapeva nemmeno da cosa! Dannazione!
A quelle dei vicini era capitato qualcosa di analogo, vittime del crollo dei garage e degli alberi che crescevano attorno.
“Cos è accaduto durante la notte?”
La domanda lo tormentava fin nel profondo. Un terremoto? Un tornado? O qualcosa di ben peggiore? Non poteva trattarsi di un fatto puramente naturale, lo sentiva.
La melodia che usciva dalla cornetta del telefono aveva un che di irritante e amplificava i sentimenti di rabbia che covava alla visione di tale devastazione.
Poi, improvviso, sfrecciarono nel cielo un paio di elicotteri: Sadrus li osservò soffermarsi per un poco sopra l’area. Quindi, spostando lo sguardo verso il suole, sulla verticale rispetto alla posizione dei mezzi del pronto intervento, si chiese come doveva sembrare la situazione dall’alto.
“Cosa diamine è successo?”, si domandò ancora una volta, incredulo di fronte alla distruzione di cui era testimone. Qualunque cosa fosse accaduta, anziché sui garage e sull’auto avrebbe potuto abbattersi sulla casa, su di lui: quel pensiero lo fece star male. Sadrus avvertì il bisogno di sedersi, come se improvvisamente le sue gambe non fossero più in grado di reggere il suo peso.
Il respiro si fece più rapido a causa dell’ansia.
Al telefono ancora la stessa melodia, irritante: l’uomo cercò allora il telecomando. Non aveva idea di quali programmi trasmettesse la televisione a quell’ora del mattino – da quanto non si prendeva una vacanza? – ma non era un problema ora: gli sarebbe andato bene qualunque cosa. Un film, uno sceneggiato, un videoclip, anche un telegiornale pur di distrarsi un po’ e, magari, ottenere qualche risposta.
Tuttavia, quasi un gesto incondizionato, una volta acceso l’apparecchio cambiò canale nervosamente fino a che la sua attenzione venne catturata dalle immagini di un’edizione speciale di un TG.
Si trattava di riprese aree.
Ritraevano una zona che a Sadrus appariva così familiare. Sul video scorrevano immagini di devastazione, come se un uragano si fosse abbattuto sulla terra.
Ad un tratto riconobbe casa sua, il garage distrutto, l’auto, le orme!
Strabuzzò gli occhi e si fece pallido mentre appoggiava la cornetta al torace e tendeva le orecchie nella speranza di cogliere le parole del giornalista:
“Sembra incredibile amici telespettatori ma …. quelle che vedete, oltre ai segni di una spaventosa devastazione, sono orme! Impronte di piedi giganteschi! Sembrano essere presenti per svariati chilometri … ignoriamo cosa possa averle provocate o se siano un fenomeno naturale. Cercheremo di scoprire ulteriori dettagli seguendole: rimanete sintonizzati, amici telespettatori, mentre proseguiamo l’esplorazione in direzione del centro di Lilliput …”

Data di creazione : 30 maggio 2008

Ultima modifica : 21 luglio 2009

Racconto pubblicato sulle pagine dei seguenti portali web :

  • www.poetika.it
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